DON LUIGI PROFETI

(1903 - 1973)


Don Luigi profeti è nato il 30 giugno 1903 a Staggia Senese in piazza Grazzini nel palazzo di fianco (lato destro) della casa parrocchiale, già sede del punto vendita della COOP, trasferitasi, da non molto tempo, nel nuovo e moderno insediamento sulla via Cassia, fuori le mura medievali, e attualmente, da parte dei nuovi proprietari, trasformato in un attrezzato emporio di merceria, cancellerie, casalinghi ed oreficeria.
Fu il quinto degli otto figli di Cesare, che tra l’altro aveva lavorato presso la SO.VI.TO. (Società Vinicola Toscana) di Castellina Scalo, e di Marina Ninci, casalinga, appartenente a una di quelle famiglie insediatesi nel borgo dalle mura duecentesche fin dai secoli XV e XVI, come i Logi, gli Aretini, i Marri, i Capezzoli, i Figlioli, i Ristori, i Leoncini etc.
Cesare profeti fu uno dei soci fondatori della Cooperativa di Consumo di Staggia, in quanto il 18 giugno 1893, unitamente ad altri 51 operai staggesi, sottoscrisse la quota sociale di lire venti: non poca cosa a quei tempi.
Fin da ragazzo don Luigi sentì attrazione per il sacerdozio, tanto è vero che organizzava, in casa sua, funzioni religiose e processioni al canto di litanie e inni sacri, alle quali partecipavano tanti ragazzi della sua età: Silvio Rosi, Giovanni Ristori (Cèci), Giulio Ninci, Umberto Profeti (fratello di don Luigi), Silio e Tullio Pacini (futuro parroco di Lilliano), Alfio Ticci, Guido Leoncini, Cesare Capezzuoli (docente all’Istituto di Belle Arti, apprezzato scultore a livello nazionale), Amaddio Aretini, Elia Scarmigli (uomo buono e di profonda fede), e altri che – diventati adulti – costituirono il nucleo di base del circolo parrocchiale di Azione Cattolica intitolato a San Pancrazio martire.
Da ragazzo don Luigi però aveva pure la spiccata capacità di coinvolgere i suoi compagni nel localizzare e “scaricare” albicocchi, peri, peschi, ciliegi, susini, fichi etc., anche se la frutta di essi non era giunta alla piena maturazione. Piccolo di statura, sapeva ben nascondersi tra gli stocchi delle piante di granturco o nelle distese di spighe di grano pronte per la mietitura, e allorché qualche contadino si sporgeva dalla loggia della casa poderale e – gesticolando e bestemmiando – minacciava i ladruncoli, egli era già lontano e al sicuro.
La svolta sulle scelte di vita di d. Luigi avvenne allorché giunse un nuovo giovane pievano. Il vecchio rettore della pievania di Staggia, don Attilio Sestini, nel 1915 si era ritirato a Siena presso alcuni parenti, dove nel 1922 ebbe termine la sua esistenza terrena.
Dalla pieve di S. Michele Arcangelo di Rencine arrivò don Giovanni Bencini, poggibonsese. Il nuovo pievano prese possesso della parrocchia di Staggia il 15 giugno del 1915, il giorno stesso che il paese rendeva omaggio alla Madonna della cappellina delle scuole con la tradizionale celebrazione annuale della “Festina”.
Il nuovo parroco era veramente animato da profondo spirito e zelo sacerdotale.
Fra le nuove iniziative coltiverà, con premura ed amore, le prime avvisaglie della vocazione al sacerdozio di don Luigi, ma non solamente di d. Luigi, in quanto altri giovani staggesi sceglieranno la strada per diventare sacerdoti.
Entrò nel seminario di Colle e proseguì gli studi nel Seminario Maggiore (della Calza) a Firenze. In quel periodo frequentò anche l’istituto Missioni Estere di Milano, ma la salute malferma, le precarie condizioni economiche della sua numerosa famiglia, le paterne sollecitazioni del vescovo mons. Giovanni Andrea Masera, lo convinsero a rinunciare al progetto di recarsi in terra di missione ed a rientrare in diocesi.
Giovane seminarista, durante le vacanze estive, aveva sempre qualche nuova attività da svolgere in parrocchia. Desideroso di abbellire i luoghi di culto (passione che lo animerà per tutta la vita), avvalendosi di traballanti scale a pioli prese in prestito, si prodigava – per esempio – a dipingere sia i simboli dei quattro evangelisti nell’oratorio attiguo alla chiesa parrocchiale di Staggia e appartenente alla Compagnia del SS. Sacramento ed alla Confraternita di Misericordia (fondata nel 1475), sia croci da vivaci colori sotto le arcate del medesimo oratorio: alcune di esse sono tuttora visibili.
Simili pitture fece anche nella parete absidale della chiesetta di S. Lucia a Bollano, quando vi giunse come parroco, dopo aver terminato gli studi nel seminario arcivescovile di Siena, ed aver cantata la prima messa nella chiesa parrocchiale di Staggia, il 29 giugno 1927.
E fu proprio a S. Lucia che si accese in lui il desiderio di edificare una chiesa a Castellina Scalo, allora piccolo borgo sulla via Cassia.
Alla fine degli anni Venti, il vescovo di Colle, Ludovico Ferretti, O.P., gli aveva confidato il desiderio di erigere a spese della curia vescovile, una grande chiesa dedicata al Sacro Cuore, con ornamenti e fregi preziosi, sormontata da ben cinque cupole.
Scomparso il vescovo Ferretti, tramontò l’idea di tale grandiosa costruzione, ma don Luigi, pur ridimensionandola, non la dimenticò.
L’incarico di progettare una chiesa a Castellina Scalo fu dato all’architetto Crott, il quale aveva già una lunga esperienza nella progettazione di chiese, tra le quali quella di S. Iacopino a Firenze, molto rassomigliante alla nostra, ma molto meno illuminata da luce naturale e con rifiniture esterne ed interne grezze, e la facciata senza il rivestimento di travertino bianco. Insomma la nostra è tre volte più bella, e all’esterno presenta un ampio piazzale intitolato a “Cristo Re”, che secondo il progetto Crott avrebbe dovuto esser racchiuso da portici ad arco romano.
Ove era bosco e sterpaglia, su un terreno donato dalla benemerita famiglia Griccioli, proprietaria della Tenuta di Stomennano, fu dunque eretta la nostra chiesa, a croce latina, con un solenne arco a corona dell’abside piena di luce e di figure di santi, due cappelle laterali absidale e dalle vetrate riccamente istoriate, due altari a parete a completamento dell’ampia navata centrale.
La chiesa più bella della diocesi, come don Luigi soleva dire, venne consacrata il 28 ottobre 1936 dal compianto mons. Francesco Niccoli, vescovo di Colle.
Nel corso degli anni furono aggiunti il prezioso mosaico sulla facciata e, all’interno, paramenti e arredi sacri di un certo valore.
A completamento venne costruito anche il campanile, con quattro campane azionate elettricamente: tale costruzione non rispettò il progetto iniziale del Crott. Questi l’aveva previsto nello spazio tra la canonica e l’abside della cappelle destra, ma don Luigi ormai aveva fretta, sentiva che la fine si stava avvicinando a grandi passi, e il campanile fu edificato a sé stante, in linea con la facciata della chiesa.
E si può ben dire, a distanza di anni, che insieme alla chiesa nacque e si sviluppò il paese.
Le difficoltà, le privazioni, le incomprensioni, se non addirittura le umiliazioni subite per portare a compimento anche i lavori di rifinitura e la edificazione dei locali per le diverse opere parrocchiali, furono innumerevoli e durarono fino agli ultimi anni di don Luigi. Questi aveva veramente mendicato di porta in porta, segnando su un registro quanto aveva via via raccolto, senza dimenticare neppure un centesimo. Partiva da Castellina Scalo con un biglietto ferroviario offertogli dal capostazione di quei tempi, il sig. Giannecchini (il cui figlio diventerà sacerdote). Arrivato a Firenze, visitava in particolare le famiglie indicate da quel sant’uomo che era mons. Giovanni Maggiori, proposto di Poggibonsi, e nel contempo esibiva una lettera di raccomandazione del cardinale Elia Dalla Costa (di cui è in corso il processo di beatificazione).
E’ da ricordare che fu proprio nella casa parrocchiale di don Luigi che funzionò – a favore dei giovani di Castellina Scalo, ma anche di quelli di molte zone limitrofe – quella che fu l’unica scuola media (intitolata “Alessandro Manzoni”) del comprensorio comunale di Monteriggioni.
Al fine di ottenere la parificazione della scuola da parte dello Stato e non disponendo di un laureato per coprire la carica di preside, richiesta obbligatoriamente, don Luigi frequentò l’Istituto degli Scolopi di Empoli, conseguendo la licenza liceale, necessaria per l’iscrizione all’Università, ove in seguito conseguì la laurea in lettere (a Firenze, il 2 aprile 1952, discutendo la tesi “Il Castello di Monteriggioni nella cinta difensiva della Repubblica di Siena”).
Nella sua indimenticabile Staggia, fin da ragazzo, aveva appreso l’amore per la Confraternita di Misericordia e per la Vergine del Rosario, e sarà proprio in questo spirito che dedicherà la stupenda chiesa alla Natività della Madonna e al Sacro Cuore di Gesù, re d’Amore.
Si deve a don Luigi anche l’organizzazione della Misericordia e dell’ambulatorio a Castellina Scalo, e inoltre la scuola materna (affidata alle suore di S. Marta), la Cooperativa di Consumo “S. Giuseppe” e – in mezzo a nuove difficoltà e sacrifici enormi – una sala cinematografica corredata di bar e di locali per i servizi igienici. Oltre al circolo A.C.L.I., don Luigi promosse pure una Cooperativa edilizia per la costruzione di case per gli operai del paese.
Egli dotò poi la parrocchia di una fornitissima biblioteca e, negli ultimi anni, completò le opere parrocchiali di un nuovo edificio: quello della scuola media.
Profondo conoscitore della storia della Chiesa e dei Sacri Testi, valente oratore, veniva invitato a predicare anche in città importanti: parlava “a braccio” e sapeva coinvolgere gli ascoltatori con frasi ad effetto; ricordo che quando predicava il quaresimale a Staggia, noi chierichetti, accovacciati sull’ultimo gradino davanti all’altar maggiore, alcuni a bocca aperta, tutti con gli occhi sgranati per il timore, guardavamo don Luigi che dall’alto del pulpito in certi momenti quasi mimava la passione e morte di Gesù, oppure descriveva l’inferno pieno zeppo di diavoli neri armati di forconi che rivoltavano i dannati nelle fiamme.
Quando egli terminava di parlare – quasi esausto – il nostro vecchio proposto ci invitava a cantare il “Tantum ergo…”, perché così i diavoli si sarebbero allontanati.
Con particolare zelo don Luigi si dedicò ad organizzare i vari settori dell’Azione Cattolica ed a promuovere la devozione al Sacro Cuore di Gesù con l’Apostolato della Preghiera, inoltre – memore della vocazione missionaria alla quale aveva dovuto rinunciare – incrementò (prima a S. Lucia a Bollano e poi a Castellina Scalo) l’aiuto per le sante missioni.
Le ristrettezze economiche lo accompagnarono per tutta la vita, ma non gli mancò più volte l’aiuto della divina Provvidenza. – Un giorno risaliva a piedi verso Vianci, per rientrare a S. Lucia: dopo il podere “Querciola”, per abbreviare il percorso quasi tutto in salita, aveva appena tagliato per una strada campestre, abbandonando la Cassia, quando si accasciò sul tronco di un albero abbattuto e posto su di un lato di quella stradetta. Era sfinito e soprattutto preoccupato per la prossima scadenza di una consistente somma di denaro. Un signore e una signora transitanti in auto sulla Cassia lo scorsero e si fermarono…don Luigi quasi piangendo raccontò loro la cosa che tanto lo angosciava. Essi lo confortarono, gli consegnarono del denaro e gli assicurarono che il giorno dopo avrebbero provveduto ad estinguere il suo debito presso la banca tal dei tali. Don Luigi rientrò raggiante a S. Lucia: non avrebbe corso pericoli con la legge, né subito severe reprimende dal suo vescovo (come purtroppo era già accaduto).
Diversi anni dopo don Luigi – mentre sul sagrato della chiesa riaccompagnava il vescovo Fausto Vallainc, amministratore apostolico della diocesi – si infilò una mano nella tasca della tonaca, per cercarvi qualcosa da offrire in omaggio al presule. Questi, che ben conosceva le ristrettezze economiche di don Luigi, trasse prontamente di tasca una busta, dicendo: “…forse lei don Luigi cercava questa?... tenga tenga lei… ha fatto e continua a fare tanto per amore della Chiesa….!”.
In occasione del 10° anniversario della morte di don Luigi, la parrocchia volle commemorarlo con un opuscolo ben documentato che conteneva tra l’atro un articolo di Athos Carrara (scrittore e giornalista cattolico per cui la scorsa estate ebbero inizio le pratiche canoniche per la beatificazione), articolo che – pubblicato il 16 settembre 1946 sul giornale dell’Azione Cattolica Femminile – qui di seguito trascrivo.

«POLEMICA CRISTIANA
Uno dei giorni scorsi mi trovai la mattina presto a passare per la via Cassia, verso Siena, e la Messa la presi in una chiesa nuova, fresca di mattoni rossi, sull’orlo dell’asfalto.
Dopo la Messa sostammo un momento sul sagrato minuscolo, insieme al celebrante che salutava le donne fedeli. Sulla strada lucida di pioggia passava un giovane curvo sotto un discreto zaino, e nel silenzio della mattina il ritmo delle sue scarpe chiodate era netto e suscitava impressioni nell’anima di ciascuno. Doveva venir di lontano perché si vedeva bene, nonostante che avesse il passo sicuro del soldato, che era stanco.
Quando il soldato ci passò davanti ci guardò con un certo rancore e biascicò qualche parola contro il sacerdote.
Noi ci aspettavamo che quel giovane sacerdote lo redarguisse, e invece gli si avvicinò, gli parò il passo in modo da obbligarlo a fermarsi, e gli chiese con un sorriso amichevole:
- Venite di lontano?
Il giovane si mostrò piuttosto seccato, e disse:
- Ho fretta.
- Capisco, ma venite prima a prendere un gocciolino di caffè caldo con me. Non ho molte cose da offrirvi, perché sono un povero prete, ma la mia casa è la vostra, venite, dunque.
Quel giovane rimase un momento indeciso, ma poi il suo viso riprese la durezza di prima.
- Non ho bisogno di nulla.
- Mi dispiace di non poter venire con voi. Vi avrei aiutato volentieri a portare lo zaino. Ma rinfrancatevi un po’, poi camminerete con più lena e acquisterete tempo, venite da me.
- NO! – disse il giovane, e facendosi posto riprese a camminare.
Allora noi vedemmo che il sacerdote, mentre quasi gli correva dietro, si frugava nelle tasche, e ne tirò fuori duecento lire, che porse, sempre camminando, al viandante.
- E’ poco – disse con un bel sorriso – ma non ho altro. Sono un povero viandante anch’io, e perciò vostro fratello. Accettate il buon cuore d’ un fratello, fatemi questa carità.
Il giovane, che era mezzo vestito da soldato e mezzo da borghese, prese i due biglietti da cento lire, li guardò, rimase perplesso, guardò il sacerdote, vide che era commosso e che stava per abbracciarlo, e senza dire grazie riprese la strada. Ma poco dopo si voltò e gridò:
- mi ricorderò di lei! – dando questa volta, e per la prima volta, del lei.
- Povero ragazzo – disse a noi il sacerdote, e non aggiunse altro.
Poi si scusò di doverci lasciare, perché c’era chi l’aspettava, ma quanto a me che ero forestiero, volle per forza che andassi a prendere il caffè da lui, e da quel caffè amarognolo imparai molte cose.
Quando poi ebbi l’occasione di raccontare l’episodio al suo Vescovo, egli mi disse: “Mi meraviglio che don Luigi avesse duecento lire in tasca. Certamente gli erano state date da poco, forse in compenso della Messa. Le garantisco che quando disse a quel soldato di non averne altre non disse una bugia. Se tutti i cristiani si comportassero come lui, nelle polemiche, riuscirebbero ad essere più convincenti”.
Quel Vescovo non voleva certamente affermare che non si abbia a dir la nostra, quando ci attaccano, ma è certo che la carità è l’arma che nessuno può togliere di mano ai polemisti cristiani».

Alla morte – le esequie vennero officiate de mons. Fausto Vallainc, don Luigi venne sepolto, non in modo definitivo, nel cimitero locale; dopo tre anni esatti, le sue spoglie – il 10 aprile 1976 – ritornarono in mezzo al suo popolo.
Il parroco di allora – il secondo parroco di Castellina Scalo, don Livio Baldesi – alla presenza di mons. Mario Ismaele Castellano, arcivescovo di Siena e Vescovo di Colle Val d’Elsa, e con la partecipazione di moltissimi sacerdoti (compresi mons. Licurgo Pistolesi e don Selenio Capresi ai quali don Luigi era rimasto tanto legato, essendo riuscito, negli anni Trenta, ad instillare in loro, figli di gente umile e semplice ma laboriosa, il germoglio della vocazione al sacerdozio) – dette l’ultima benedizione alla salma. Questa fu collocata – secondo la volontà a suo tempo espressa da don Luigi – in un sepolcro ricavato nella cappella sinistra, dedicata a San Giuseppe e attualmente destinata a custodire, in un artistico tabernacolo, il Santissimo Sacramento.
Sulla tomba venne posta un’epigrafe che era stata in parte dettata dallo stesso don Luigi:

D. DOTT. LUIGI PROFETI
STAGGESE
NATO IL 30-6-1903
MORTO IL 10-4-1973
SACERDOTE DI CRISTO
CATTOLICO – APOSTOLICO – ROMANO
TUTTI PERDONANDO
DA TUTTI IMPLORA PERDONO
TUTTI AVENDO AMATO ED AMANDO
A TUTTI CHIEDE
AMOROSO RICORDO E PREGHIERE
VOLLE ESSERE SEPOLTO
IN QUESTA CHIESA
DELLA QUALE FU IL PRIMO PARROCO
E CHE E’ FRUTTO MIRABILE
ANNUENTE SOPRATTUTTO
LA DIVINA PROVVIDENZA
DI TANTE DOLOROSE, UMILIANTI
E PUR GIOIOSE AMAREZZE

A noi che abbiamo avuto il dono di conoscerlo, il rimpianto per colui che ha portato in mezzo a noi e ai nostri figli la Fede, la Chiesa, Gesù.
Giovanni Tirinnanzi

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