DON GIOVANNI BENCINI

(1877-1968)


Don Giovanni Bencini nacque a Poggibonsi il 1 gennaio 1877.
Studiò nel seminario diocesano di Colle di Val d’ Elsa e venne ordinato sacerdote il 9 giugno 1900 da mons. Alessandro Toti, allora vescovo di quella città.
Dopo un breve “cappellanato” nel luogo di nascita, il 15novembre 1900 venne nominato parroco della Pieve di San Michele Arcangelo a Rencine (comune di Castellina in Chianti), una delle più vecchie pievi (unitamente a San Leonino) chiantigiane, già appartenente alla diocesi di Fiesole; questa pieve era stata costruita nell’epoca in cui il Castello di Rencine, ultimo avamposto della signoria di Firenze, situato di rimpetto alla fortezza senese di Monteriggioni, veniva rinforzato e circondato da mura possenti, con la consulenza e guida del Brunelleschi.
Sotto l’aspetto religioso nel sec. XII il Chianti era suddiviso in tre pivieri: Pieve di S. Agnese in Chianti; Pieve di S. Cristina a Lilliano; Pieve di S. Leonino in Conio, dalla quale dipendeva anche la chiesa di S. Salvatore alla Castellina. Ecclesiasticamente rimasero incorporati nel territorio della Diocesi di Fiesole fin tanto che non venne costituita, con bolla pontificia di Clemente VIII “Cum super Universitas…”, del 5 giugno 1592, la nuova diocesi di Colle di Val d’Elsa. Ben quarantasette comunità chiantigiane (fra cappelle, oratori, parrocchie rurali, compresa quella di Rencine) vennero inglobate nella nuova diocesi valdelsana.
Don Bencini durante la sua permanenza a Rencine (quindici anni) si adoperò a restaurare, nel 1913, l’antica pieve, rispettando anzitutto la bellissima ed originale facciata romanica in pietra chiantigiana. La facciata presenta tuttora al centro un particolare elemento architettonico costituito da una loggetta a pietrame con archetti  e piccole mensole, sostenuta ad intervalli regolari da graziose ed esili colonnette e da semplici supporti di pietra finemente lavorati a scalpello.
I restauri riguardarono soprattutto l’interno della chiesa, ad unica navata terminante a parete piatta, senza abside, e che di antico conserva il muro perimetrale sinistro. Un nuovo intonaco andò a ricoprire le pareti interne dell’edificio sacro, che furono ridipinte con bande nere e bianche orizzontali ( proprio come i principali edifici di culto del territorio senese), mentre nella parete di fondo furono effettuate delle belle decorazioni per far risaltare il grande quadro dell’altare maggiore, raffigurante l’Arcangelo S. Michele.
 Quel quadro fu rubato e quello oggi visibile è una copia dipinta magistralmente dalla pittrice Borgogni per interessamento di don Gianfranco Poddighe.
Ai primi del Novecento la scuola dell’obbligo non era operante nelle zone isolate, per cui i figli delle numerose famiglie mezzadrili che gravitavano nelle vicinanze della parrocchia di Rencine, erano accolti – nei rari momenti in cui non erano impegnati nei lavori di campagna o nella sorveglianza degli animali da pascolo – nella canonica da don Bencini e da sua sorella Cherubina per recepire i primi essenziali elementi per poter leggere ed iniziare alla meno peggio a scrivere.
Dal 1860 al 1915 aveva retto la chiesa plebana di Staggia don Attilio Sestini, un sacerdote dal cuore d’oro, con la tonaca sempre sdrucita e rattoppata, perchè anche gli spiccioli – come diceva lui – servono per dare un pezzo di pane ai poveri. La canonica era sempre aperta per coloro che avevano bisogno di qualcosa.
Il pievano Sestini lasciò la Parrocchia di Staggia il 31 maggio 1915, ritirandosi presso parenti, a Siena, dove terminò la sua vita terrena nell’anno 1922.
Don Bencini prese possesso della Pieve di Staggia il 15 giugno dello stesso anno, forse proprio il giorno in cui il paese rendeva omaggio alla Madonna della cappellina sulla via Cassia, con la tradizionale celebrazione della “Festina”.
La situazione che don Bencini trovò a Staggia era ben diversa da quella lasciata nella pieve rurale di Rencine: alla popolazione accentrata nella quasi totalità nell’antico borgo – quasi mille anime – si aggiungeva quella delle varie case (perlopiù mezzadri) sparse al di fuori delle mura castellane; in complesso circa 1250/1300 anime, quasi il quadruplo di quelle della parrocchia di Rencine.
La realtà che don Bencini dovette affrontare si presentava sotto tre diversi aspetti:
1) la chiesa e la canonica non presentavano particolari problemi, per il fatto che una completa ristrutturazione di esse era avvenuta negli anni 1903/4 per opera ed a spese del dr. Elia Coli, chimico - farmacista di Siena, oriundo di Staggia, titolare dell’omonima farmacia “Coli”, tuttora aperta al pubblico nella zona centrale della città; la successiva ristrutturazione avvenne nell’anno 1950, ad opera del proposto don Pietro Nebbia, subentrato a don Bencini;
2) i poderi e gli appezzamenti di terreno costituenti “il beneficio parrocchiale”, erano in mano o in affitto a signorotti del posto, i quali facevano il bello e il cattivo tempo, non certamente l’interesse della parrocchia;
3) sotto l’aspetto religioso e pastorale la situazione era completamente diversa da quella lasciata a Rencine, dove la popolazione, nella quasi totalità formata da contadini, frequentava, seppur in modo formale e consuetudinario, la chiesa, e rispettava il pievano. Nella nuova parrocchia si notavano invece i primi segni di scollamento e di disaffezione (se non apertamente di opposizione verso la religione), dovuti sia al fatto che diversi mezzadri erano inscritti alle leghe rosse, sia al fatto che molti capi-famiglia si spostavano nelle prime industrie che sorgevano a Castellina Scalo (Puccioni e Vinicola Bertolli) e nelle vecchie e nuove fabbriche di Colle e partecipavano ad aggregazioni a sfondo politico, come i circoli e le organizzazioni sindacali socialiste.
Don Bencini, da autentico poggibonsese (volitivo, intraprendente ed energico), in primo luogo riprese la gestione dei poderi e li amministrò con capacità ed intelligenza, portando la parrocchia di Staggia ad essere una delle più floride della diocesi. Ma dove Don Bencini profuse il meglio di se stesso fu nell’organizzazione della nuova parrocchia sotto l’aspetto prettamente pastorale; in parte fu facilitato dall’avere a portata di mano moltissime famiglie compattate e raccolte in strutture abitative a pochi passi dalla chiesa parrocchiale.
Con un entusiasmo sostenuto da vero zelo apostolico si profuse nella formazione spirituale di moltissimi ragazzi e giovani, che sotto la sua guida istituirono il circolo di Azione Cattolica, intitolato al martire romano S. Pancrazio, circolo che ebbe persino un proprio inno, scritto dal sacerdote scrittore Idilio dell’Era. La canonica, ben restaurata e spaziosa, permetteva di accogliere un gran numero di fanciulli, di ragazzi e di giovani; le bambine e le ragazze si riunivano invece presso l’asilo, retto (come tuttora) dalle suore della Congregazione Piccole Missionarie del Sacro Cuore, dove erano iniziate ai primi lavori di cucito e di ricamo.
L’attività di aggregazione e di costante formazione spirituale e morale non tardarono a dare a Don Bencini confortanti soddisfazioni; infatti ben cinque giovani per opera sua scelsero la via del seminario: don Luigi Profeti, che sarà parroco di S. Lucia a Bolsano e primo parroco di Castellina Scalo – Laureato in lettere; don Tullio Pacini, che sarà parroco di S. Antonio al Bosco e successivamente della Pieve di S. Cristina a Lilliano – Laureato in teologia e dogmatica; don Guido Fagioli, che sarà parroco di Abbadia Isola – Laureato in giurisprudenza e teologia, vicecancelliere, troverà la morte alla guida della sua motocicletta, sulla provinciale colligiana, il 25 ottobre 1935; don Ilio Logi, che sarà parroco prima a Quartaia e poi a S. Maria a Spugna (Colle di Val d’Elsa); Rodolfo Aretini, deceduto presso il Seminario Maggiore di Firenze pochi giorni prima di essere ordinato sacerdote.  
Nell’anno 1917 la Pieve di S. Maria Assunta di Staggia venne dichiarata propositura per cui Don Bencini fu di fatto il primo proposto di Staggia e vicario foraneo delle parrocchie suffraganee: S. Bartolomeo a Pini ( fino a quando rimase parrocchia e il suo territorio non fu inglobato in quello di Staggia), S. Pietro a Megognano, S. Antonio al Bosco, S. Cirino ad Abbadia Isola, S. Martino a Strove, Cristo Re e S. Maria Nascente (negli anni ’30) a Castellina Scalo, S. Michele Arcangelo a Rencine, S. Lucia a Bolsano e S. Maria Assunta a Lecchi. Successivamente il proposto Bencini venne nominato canonico onorario della cattedrale di Colle e cappellano d’onore del Sovrano Ordine Militare di Malta.
Non scese mai a nessun compromesso sotto l’aspetto politico e tanto meno sotto quello morale e religioso. Le sue omelie, i suoi discorsi, la catechesi agli adulti erano forse un po’ ripetitive; in parte ciò era dovuto al fatto che l’anno liturgico, prima del Concilio Vaticano II, focalizzava di anno in anno, gli stessi tratti del Vecchio e del Nuovo Testamento da leggere e commentare. Egli però non ometteva mai di incitare ad essere franchi, onesti, sinceri e soprattutto fedeli alla Santa Chiesa e al Papa e concludeva spesso con una frase ad effetto: “…davanti a chicchessia…!” .
Di questa sua coerenza dette costantemente prova nei trentaquattro anni in cui resse la propositura di Staggia: ne fornirò un esempio (ab uno disce omnes) raccontando ciò che accadde durante la processione del “ Corpus Domini”, nel 1920, e ciò varrà nel contempo a mettere in evidenza il prestigio di cui godeva e l’ambiente sociale in cui svolgeva la sua opera. Non soltanto a Staggia, ma anche in qualsiasi altra parrocchia piccola o grande che fosse, se c’era una manifestazione grandiosa, sotto certi aspetti, anche dal punto di vista devozionale e di partecipazione, era la processione annuale in onore di Gesù Eucaristia. Fino agli anni dell’ultima guerra partecipavano tutti, ma si sentivano esentati, con tanto rincrescimento personale, gli anziani che non si reggevano in piedi e perciò facevano uso del bastone. Non  per questo però si assentavano da partecipare in qualche modo a questa grande manifestazione pubblica, sporgendosi dai balconi e dalle finestre delle proprie abitazioni e gettando, al momento del passaggio del lungo corteo religioso, petali di rose, mischiati a quelli delle ginestre dei boschi, dei papaveri rossi e di quelli delle margherite selvatiche dei campi.
A Staggia poi era resa ancora più solenne dalla partecipazione di due distinti corpi bandistici: la così detta fanfara del Circolo socialista e la banda paesana “La Filarmonica di Staggia”. Ed era proprio la fanfara socialista che in testa apriva il corteo religioso con marce cadenzate ed opportune;  seguiva la grande croce con lo stendardo bianco e rosso in seta, scortato da due giovani ai lati che portavano ciascuno lanternoni decorati con fregi; subito dopo i bambini dell’asilo guidati dalle suore e dalle mamme e i ragazzi agitavano tutti un campanellino: delle vere e proprie squille il cui suono si univa ai profondi e maestosi rintocchi della grande campana della torre della Rocca trecentesca;  le ragazze - preparate per l’occorrenza da Don Tullio Pacini - cantavano gli inni eucaristici. Quasi al centro della processione procedevano, tutti in cappa bianca, con un grosso cero acceso, i confratelli appartenenti alla Compagnia del Sacramento costituita l’11 marzo 1563 con breve del Sinodo e del Vescovo di Volterra.  In quei tempi Staggia faceva parte della diocesi di Volterra, una delle più antiche confraternite del territorio senese, dopo quella della città di Siena e quella antica di Buonconvento. Al centro dei confratelli sfilava , anch’esso rivestito dalla cappa bianca, il governatore che portava appesa al collo una borsa rivestita di seta bianca riccamente ricamata in oro( confezionata nel 1847, attualmente conservata ed esposta nel museo parrocchiale) contenente gli atti costitutivi ed i capitoli in originale della confraternita.
Alle spalle del governatore un confraterno portava – agganciato a robusti supporti di vacchetta – il maestoso e pregevole crocifisso di compagnia del 1818, sormontato da un velo in damasco paglierino e ricamato finemente in oro; appresso venivano i ragazzi ed i bambini che avevano ricevuto la prima Comunione e quelli che erano passati a Cresima.
Il piccolo clero ed il proposto Bencini il quale rivestito della cotta - rocchetto portava sull’avambraccio sinistro, ben ripiegata, un’artistica stola in seta bianca, finemente ricamata con spighe di grano in oro e tralci di vite contornati con grappoli di uva riportati a rilievo in rosso vermiglio.
Infine sotto il prezioso baldacchino del 1778 in damasco giallo con ricchi fregi, portato dai confratelli più rappresentativi della Compagnia del SS. Sacramento ( dal 1930 saranno i giovani dell’Azione Cattolica incaricati a tale servizio) procedeva l’ostia grande consacrata, riposta nel prezioso ostensorio forgiato in stile gotico senese, portato, per una consuetudine tramandata nel tempo e rispettata anche da don Bencini, dal superiore del convento dei minori Cappuccini di Belvedere, di fianco un diacono e un suddiacono con i relativi paramenti sacri in damasco giallo listati da frange dorate indossati dai sacerdoti della vicaria. Chiudeva la processione il corpo bandistico paesano “La Filarmonica di Staggia”.
Ma proprio durante lo svolgimento  in quell’anno di tale manifestazione, il lento procedere del corteo religioso si bloccò. Il proposto ebbe subito il presentimento, che si trasformò poi in certezza, che alla processione fosse stato forzatamente impedito di proseguire e quasi di corsa, con il suo usuale modo di spostarsi veloce e risoluto, si portò verso la croce professionale; e a mano a mano che si avvicinava, si sfilò prima la cotta, poi si sbottonò la veste talare e rimase con i pantaloni alla zuava color grigio scuro ed in camicia a mezze maniche a pari-collo color turchese e prontamente sfilato il lampione di mano a uno dei giovanotti che erano ai lati della croce dello stendardo, si avvicinò al gruppetto di persone che si erano messe di traverso alla strada con lo scopo di non far proseguire il corteo religioso, se la fanfara non avesse suonato “l’Internazionale” – l’ inno dei lavoratori – ( ancora non si era svolto il Congresso di Livorno con la scissione socialista e la nascita del P.C.I. altrimenti la richiesta sarebbe stata per far suonare un altro inno).  
Gli artefici della bravata, non più di quattro o cinque (forse resi più spavaldi ed agitati da qualche bicchiere di buon “Chianti” e spinti da alcun motivo ideologico e antireligioso), erano usciti dal Circolo socialista: locale che era ubicato al centro del paese, in via Romana all’incirca pari all’attuale numero civico 26; tutt’ora si notano gli architravi murati che costituivano gli accessi a tale locale di ritrovo e poco distante è visibile, al di sopra, una nicchia ricavata nel muro che anche ai nostri giorni custodisce, con cura, un’immagine della Madonna di Provenzano. Il proposto Bencini, brandendo il lanternone come una clava, a gran voce chiese che si facessero da parte permettendo alla processione di proseguire: il gruppetto di persone, stralunate in volte, a testa bassa, esprimendo i segni di una profonda vergogna, si spostarono appoggiandosi al muro del locale, il proposto si ricompose, la processione riprese lentamente a muoversi, ma l’incidente della sosta forzata doveva avere anche una piccola appendice: al momento che il grande crocifisso sfilava davanti a quel locale, le persone, che erano state causa del momentaneo arresto della processione, abbozzarono anche a farsi il segno della croce, ma ad una di queste non giovò molto; infatti una delle “pie donne” che faceva parte del coro parrocchiale, intravedendo che tra i fautori dell’increscioso incidente si trovava il proprio marito uscì dalla fila dei cantori e lasciò andare un sonoro ceffone aggiungendo che i conti sarebbero stati completati a cena.
Nella stagione estiva noi ragazzi andavamo scalzi, perché i più fortunati tra noi possedevano un solo paio di scarpe di cuoio, i meno fortunati avevano dei semplici e rozzi zoccoli di legno rivestiti con una grezza tomaia di tela: calzature che dovevano unicamente servire per recarsi a scuola e rivestirsi nei giorni di festa, tant’è che spesso – quando suonava l’Ave Maria vespertina – iniziava in chiesa la recita del rosario e al termine veniva impartita la benedizione, mi ritrovavo scalzo a servire all’altare: non mancarono lamentele di alcuni anziani e di talune donne “zelanti”, ma il proposto si metteva sempre dalla mia parte asserendo che nella Santa Chiesa ci sono i   “carmelitani scalzi” e che a Staggia potevamo quindi permetterci di avere i “chierichetti scalzi”.
Con tutto ciò non è da credere che facesse sconti e usasse carità cristiana con quelli tra noi ragazzetti che non brillavano nello studio del catechismo ( a quei tempi si diceva “la dottrina”), o che durante le sacre funzioni non si comportavano con compostezza e rispetto; agli svogliati e ai chiacchieroni distribuiva qualche scappellotto e a volte non esitava a prenderli per un orecchio ed accompagnarli alla porta della chiesa sotto gli occhi di tutti.
Contrasti non mancarono anche durante il regime fascista.
Nell’anno 1930 allorché i locali “caporioni” del fascio confiscarono i registri del Circolo di Azione Cattolica “S. Pancrazio” e non contenti arrivarono al sequestro del labaro sociale della stessa istituzione, la frattura fu totale ed insanabile.  Era tutta la struttura e l’organizzazione giovanile, cresciuta intorno alla chiesa anche per opera e con l’apporto fattivo di don Luigi Profeti, per quanto riflette la filodrammatica per intrattenimenti teatrali, e grazie all’interessamento e le capacità organizzative profuse da don Tullio Pacini per il coro e le attività ricreative, che subiva una battuta di arresto e rischiava di dover scomparire; senz’altro colpiva il fattore dei giovani faticosamente organizzato fin dal suo arrivo a Staggia.
In seguito fu tassativamente prescritto che gli iscritti alle scuole di ogni ordine e grado, al sabato( il cosiddetto “sabato fascista”), frequentassero le lezioni in divisa.
A quel tempo io pensavo ad essere soltanto un bravo chierichetto. Già dal venerdì sera, d’intesa con il proposto, cercavo di farmi rilasciare una giustificazione attestante il mio prolungato servizio in chiesa, nelle prime ore della mattina: lo scopo era ovviamente quello di presentarmi a scuola in ritardo e senza la divisa.
Non tutto però filò liscio un sabato mattina del mese di marzo: il proposto si era assentato da qualche giorno per un corso di esercizi spirituali (in una villa nei pressi di Lecceto, vicino a Siena), e io rimasi sprovvisto della giustificazione da presentare alla maestra. Provvidenzialmente fui colto da un forte mal di orecchi: la mia mamma mi esentò dal recarmi a scuola, ma dello stesso avviso non fu mio padre, il quale – temendo un nuovo espediente per non indossare la divisa – mi condusse all’ambulatorio del medico condotto, dal dr. Carlo Bagnacci, che per aspirazioni e idee politiche era dello stesso avviso di mio padre. La visita alle orecchie fu accuratissima. La diagnosi e la cura furono condensate in questa frase:” …se non smetti di andare in chiesa e servire la messa e a frequentare il proposto, le tue orecchie non guariranno mai…”, e mio padre rincarò la dose:” …in casa oggi e domani…, poi vedremo!”. Ambedue si inspiravano a principi quali “L’unione fa la forza! – Boia chi molla!” e via dicendo. Mia madre non condivideva le idee politiche di mio padre e poi era tutta casa e chiesa. La domenica mattina ella mi invitò ad alzarmi per andare a servire la messa, ma io, impaurito, non andai. Il mattino successivo, mentre con la cartella sulle spalle stavo uscendo di casa per recarmi a scuola, sulla soglia trovai il proposto, il quale, senza tanti preamboli, mi chiese il motivo della mia assenza dal servizio all’altare nel giorno precedente: balbettando, quasi piangendo, ripetei per filo e per segno le esatte parole del dottore. Non mi fece neppure terminare: presomi per un braccio, a passo svelto (facevo fatica  a seguirlo) mi condusse dal dr. Bagnacci; tra i due seguì una scenata da non si dire…volarono parole davvero grosse, le ultime pronunziate dal proposto furono queste:”…e non è finita qui…!”.
Fu proprio questa contrapposizione anche sul piano politico che spinse don Bencini ad avere a cuore il problema della gioventù  e con capacità e con tanto entusiasmo seppe radunare intorno a se schiere di ragazzi e di giovani, che soprattutto nel pomeriggio affollavano a frotte i piazzali della parrocchia ubicati dietro l’abside della chiesa: tali luoghi di ricreazione offrivano il massimo della sicurezza in quanto circoscritti e delimitati dalle mura medioevali castellane. Il proposto era sempre nel mezzo ed aveva escogitato e attivato un gioco valido sia per i più piccoli come per i più grandi consistente in una specie di coacervo tra un  mini-golf artigianale e un cricket classico con l’impiego di piccoli mazzuoli di legno e l’uso di piccole bilie in radica di castagno che faceva tornire di persona a una segheria specializzata di Colle. Mai una parola di biasimo, mai un cenno di rimprovero per le grida ed il baccano che i suoi ragazzi a gran voce facevano, accompagnando lo svolgimento delle competizioni. Con soddisfazione e con tanto entusiasmo prendeva parte a questo passatempo ed era veramente capace ed imbattibile ed in ogni occasione dei nostri errori nei tiri per spostare le palline, ci rincuorava e ci faceva coraggio con un suo modo di dire:”… non vuol dire, con il prossimo tiro sarai senz’altro più preciso…!”.
Alcuni di noi, sotto la guida del proposto, divennero dei piccoli campioni ed in occasione di sfide ed incontri con altri gruppi di ragazzi appartenenti ad altre parrocchie facevamo la nostra bella figura. Incontrando anche oggi i vecchi compagni di gioco degli anni trenta con simpatia e con tanto affetto e stima ricordiamo la figura del nostro proposto.
Il proposto Bencini era molto meticoloso e preciso, questo è vero, aveva organizzato un programma tutto particolare per la benedizione annuale delle case che, all’avvicinarsi della Pasqua, veniva effettuata durante l’intera settimana di passione, (questa settimana - prima dell’ultima riforma liturgica attuata con il Concilio Vaticano II° - aveva inizio la domenica antecedente la domenica delle Palme, chiamata appunto la domenica di Passione, e terminava il sabato successivo.
I primi tre giorni, al mattino, venivano riservati alla benedizione delle case poderali nelle campagne, mentre i rimanenti tre giorni, nel pomeriggio, erano dedicati alla visita e alla benedizione delle famiglie residenti dentro le mura del paese. Al rientro in parrocchia nei primi tre giorni verso le ore tredici, il proposto Bencini faceva accomodare i due chierichetti che erano stati con lui nel salotto e tutti insieme si consumava il pranzo. Quell’anno era la primavera del 1939; per primi avevamo visitato i poderi di “Malasalita”, poi quelli di Pian dei Pini, quindi eravamo saliti verso “Pini”, dove si trovava un gruppo considerevole di famiglie e di lì raggiungemmo la località di “Montalpruno”.  Portavamo al seguito oltre che il secchiello dell’acqua santa e le candeline benedette per la “Candelora” ( che dovevano essere consegnate a ciascuna famiglia visitata in ragione al numero dei componenti), una capace paniera dove le massaie rispettose ed ossequiose, riponevano le uova quale omaggio verso la chiesa in occasione della vicina  Pasqua.
L’aspersorio lo custodiva tenendolo con cura sempre in mano il proposto. Era l’occasione anche per rifare lo stato delle anime cioè il censimento di tutti i parrocchiani ed in particolare don Bencini annotava in una apposita rubrica la disponibilità di coloro che, durante la settimana santa, cioè la domenica delle Palme, il lunedì santo e il martedì santo, in occasione delle solenni quarantore si prestassero a turno per recarsi in chiesa ad effettuare l’adorazione al Santissimo Sacramento in quanto erano veramente quaranta le ore di esposizione: la domenica dalle ore 9 alle 21, il lunedì ed il martedì dalle ore7 alle ore 21.
Sapevamo che il podere di “ Montalpruno” era condotto a mezzadria da due famiglie molto religiose, forse le più religiose della parrocchia: i Manganelli e i Giachi, per cui era presumibile che la grande paniera sarebbe stata colmata. Infatti le due massaie con il vestito scuro della festa, il fazzoletto nero annodato sulla testa che non riusciva completamente a coprire e nascondere alcuni ciuffi delle chiome candide dei capelli, attendevano il proposto. Effettuata la benedizione delle stanze, recitate le orazioni rituali davanti alle immagini sacre delle ampie cucine, adornate di lumini e fiori di campo, consegnate le candeline benedette, il grande canestro venne riempito completamente di uova da quelle brave donne. Consegnammo il secchiello dell’acqua santa e quant’altro avevamo al proposto per essere facilitati a trasportare il grande paniere ricolmo di uova fattosi veramente pesante. Prendemmo la campestre in discesa che portava verso il paese, don Bencini dietro a noi che ci seguiva.
La stradella che stavamo percorrendo aveva da un lato una folta siepe ed un improvviso rumore proveniente dalla fitta vegetazione ci spaventò, per cui noi ragazzi sobbalzando dallo spavento allentammo la presa sul grande paniere il quale cadendo e rotolando a terra provocò la frittata. Noi per vergogna e temendo anche una certa reazione ce la demmo a gambe. Arrivati trafelati e pieni di paura in paese, ci rintanammo presso le nostre abitazioni. Anche il mio amicone abitava nelle vicinanze della canonica e verso l’ora di pranzo venne a trovarci la domestica del proposto.
L’anziana e affezionata Annunziata, sempre premurosa con tutti, rivolgendosi verso di noi ci invitò a seguirla dicendo:”il signor padrone vi aspetta, e già tutto pronto!” era il suo modo abituale di rivolgersi al proposto dicendo:”signor padrone”. A me quell’aggettivo sostantivato di “signor padrone” non andava proprio a genio e non soltanto quella brava donna, come vedremo più avanti, anche altri ci rivolgevamo a don Bencini con quella stessa arcaica espressione.
Noi non sapevamo che scelta fare, alquanto timorosi di ritornare alla presenza del proposto e alquanto pressati dalla fame che si faceva sentire; infine consigliati dalle nostre mamme, seguimmo mesti mesti Annunziata. Il proposto ci accolse sorridendo in cima alla lunga rampa di scale che immetteva al primo piano nell’ingresso della canonica e con molto affetto rivolgendosi verso di noi disse:”Andate a lavarvi le mani…vi aspetto per la preghiera…fate presto che la pastasciutta si fredda !”. facemmo veramente alla svelta, la paura ed il timore se ne erano andati e l’appetito era raddoppiato.
Anche le famiglie dei Grazzi, dei Mori, dei Fusi e dei Gonnelli, le quattro famiglie che lavoravano la terra della Chiesa, ”i contadini del prete” così chiamati, si rivolgevano al proposto con “il signor padrone”. Un mio compagno di banco delle elementari appartenente proprio a una delle famiglie che conducevano a mezzadria uno dei poderi come sopra riferito, sosteneva la giusta maniera usata in famiglia di rivolgersi al proposto in modo diverso usato nella parrocchia. Nacque una forte e accalorata discussione si arrivò anche alle mani e ognuno rimase della propria opinione. Infatti anche oggi chi scrive, ma anche gli abitanti di Staggia, che si rivolgono all’attuale parroco don Giovanni Rinaldi aprono il discorso dicendo:”signor proposto” ed in verità il sottoscritto si trova bene esprimendosi in quel modo.
Alcuni lo ritenevano un po’ troppo autoritario, quasi burbero, ma noi ragazzi che gli stavamo attorno da mattina a sera avevamo tutti un’impressione diversa. La nostra considerazione si è trasformata in stima veramente grande quando abbiamo saputo – purtroppo tardi – del suo comportamento verso le famiglie bisognose di aiuto.
Dopo la sua morte siamo infatti venuti a conoscenza che durante il suo ministero pastorale era solito far visita, in special modo in occasione delle feste più importanti(S. Natale – Pasqua- Festina), alle macellerie ed alle botteghe di generi alimentari del paese e chiedere se qualche famiglia avesse dei conti in sospeso per acquisti di merce fatti. Gli esercenti gli mostravano allora i “libretti delle segnature”, che certo non mancavano, perché a quei tempi miseria e fame “andavano a braccetto”. E il proposto metteva mano al portafoglio e saldava i debiti dicendo (a tutti dava del tu) :”facci una croce sopra e acqua in bocca!”.
Il proposto Bencini anche durante il passaggio del fronte stette sempre vicino alla sua chiesa, anche se ritenne opportuno trasferirsi temporaneamente a San Silvestro- insieme alla sorella Cherubina, ormai malferma in salute – nei possedimenti che costituivano il “beneficio” parrocchiale. Per suo interessamento lì si rifugiarono anche le suore dell’asilo infantile di via Borgo Vecchio.
Riuscì a salvare anche le opere dell’arte della parrocchia, come il grande quadro di S. Maria Maddalena, del Pollaiolo (che era ubicato in chiesa, nella cappella a destra) e la tavola raffigurante la Madonna del Santo Rosario, che era collocata sopra ad un altare situato all’ingresso della chiesa, demolito durante i rifacimenti più o meno indovinati degli anni cinquanta. Egli aveva applicato sopra le pitture pagine sgualcite di vecchi giornali, per dare l’impressione che fossero cose di poco valore, in cattivo stato e in attesa di un restauro pur che sia. L’espediente ebbe successo e tali si trovano ora nel museo parrocchiale di Staggia.
Don Bencini, memore del dopo guerra del 1918, si rese conto che la situazione sociale stava profondamente cambiando, e che i sacrifici che le popolazioni dovevano affrontare per la ricostruzione avrebbero portato una grande trasformazione dei rapporti tra il clero e la gente.
Non è che Staggia fosse stata un’isola felice, ma resta il fatto che le diverse associazioni e le varie correnti politiche restavano sempre collegate da vecchi vincoli di parentela tra i loro iscritti ed ancor più dal vivere insieme entro le mura paesane. In seguito il senso di unità e di compattezza tra gli staggesi cominciò a modificarsi, pur se lentamente, anche per effetto dei numerosi immigrati da altre regioni d’Italia, diversi da noi per usi e costumi.
Non tarderanno pertanto a venir meno, con la carenza di certi valori, la frequenza ai sacramenti, il rispetto del sacro, la collaborazione col parroco.
Questo nuovo stato di cose non trovava don Bencini impreparato e, cosciente di aver già dato molto, anche se era arrivato al traguardo dei settanta anni continuò nel suo impegno pastorale.
Con entusiasmo accolse l’iniziativa proposta e sensibilizzata da Mons. Niccoli nell’anno 1947 e fu proprio in quell’occasione che il proposto rivide la chiesa affollata e don Ostelio dovette parlare nella piazza, tanta era la partecipazione dei fedeli venuti dalle località vicine a rendere omaggio alla Madonna di Fatima pellegrina in Val d’Elsa. Don Bencini prese spunto proprio da questa grande manifestazione mariana per indire nella prima decade del mese di ottobre dello stesso anno dei festeggiamenti solenni in onore della Madonna del Rosario. Grandi luminarie, la chiesa sfarzosamente addobbata, il quadro della Beata Vergine del Rosario collocato su di un trono ricoperto di damaschi dorati e adornato di fiori.
Alla giornata conclusiva presenziò alla messa solenne anche il vescovo diocesano Mons. Niccoli. La chiesa era veramente strapiena ed anche l’ampia navata era completamente occupata dai fedeli. Per l’occasione il proposto aveva contattato a Siena la Schola cantorum dell’Osservanza, come del resto aveva fatto anche nel passato in occasione di ricorrenze e festività solenni. Ma da Siena non arrivò nessuno; per cui si dovette far fronte con il canto della Messa degli angeli ed il tutto si risolse in una bella riuscita cerimonia con la partecipazione e l’accompagnamento dei canti gregoriani da parte di tutto il popolo. Il mancato arrivo del coro da Siena, non lasciò soddisfatto il proposto, il quale al termine della bella e solenne Messa cantata, alla presenza del vescovo, prese la parola per ringraziare tutti i presenti e contemporaneamente con decisione e senza mezzi termini manifestò l’intenzione di recarsi, durante la settimana che stava per iniziare, all’Osservanza di Siena per chiedere spiegazioni e motivazioni del mancato arrivo dei cantori e nel caso venire anche alle mani. Il vescovo in trono con la mitra in testa ed il pastorale d’argento, sorrideva, ed appena il proposto ebbe terminato di parlare, rivolgendosi verso l’immagine della Madonna del Rosario invitò tutti alla recita di un’Ave Maria, perché la Beata Vergine del Rosario facesse attenuare e dissolvere i propositi “non molto caritevoli e poco cristiani” espressi dal proposto.
Nel 1948 decedeva l’amata sorella di don Bencini, Cherubina, alla quale egli si era sempre rivolto per consigli e conforto. A seguito di questa perdita sorse in lui un profondo senso di tristezza per la solitudine in cui era venuto a trovarsi, dato che la vecchia domestica, Annunziata, non poteva far fronte a tutte le necessità, tanto più che non pernottava in canonica. Un giorno il proposto mi disse, come parlando tra sé e sé:” Ho in camera un vecchio inginocchiatoio malconcio, che scricchiola da tutte le parti…bisognerebbe sostituirlo…Sai che ti dico? Bisognerebbe sostituire anche il proposto”.
Infatti l’anno successivo, esattamente il 1° marzo 1949, don Bencini cessava di essere il parroco della prepositura di Staggia. Si era trasferito presso i propri nipoti a Poggibonsi in “Cimamori”.
L’ultima  volta che ebbi occasione di andare a trovarlo, mi congedò con la solita raccomandazione di continuare a seguire una guida spirituale, ma in particolare di perseverare nel rispetto e nell’attaccamento alla Chiesa. Salutandolo e inginocchiandomi dissi:” davanti a chicchessia!”.
Sorrise e con la mano tremante accennò a un cenno di benedizione .
Di lì a pochi mesi, il 4 dicembre 1968, il vecchio proposto andava alla casa del Padre. Tanti staggesi erano presenti nella chiesa di S. Giuseppe, a Poggibonsi, alle sue solenni esequie.
Riposa in Cristo Gesù nel cimitero di Gavignano, a Poggibonsi.
Giovanni Tirinnanzi

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